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BATTISTUTTA, Federico. "Islam e anarchia. Un paradosso da conoscere"

domenica 20 novembre 2011, di pierre

Henri Gustave Jossot, Leda Rafanelli, Hakim Bey. Tre figure così diverse tra di loro, accomunate dalla convivenza tra idealità anarchiche e religione musulmana.

A rivista anarchica (giugno 2011) anno 41 n. 363

Accostare anarchia ed islam sembra un esercizio impossibile. Nulla di più distante pare immaginabile (islam, in arabo, significa “sottomissione”). Eppure non è così, nella storia dell’anarchismo ci sono state persone che in momenti diversi hanno provato a lasciar dialogare queste due prospettive e ci sono riuscite. Certo si tratta di esperienze liminari, ma che proprio nella loro unicità possono divenire esemplificative di nuove possibili aperture per il nostro mondo globalizzato, interculturale e interreligioso. Forse si potranno affacciare scenari inediti nel meticciato culturale prossimo venturo, perché – è bene non scordarlo – cultura non è blocco omogeneo e inalterabile nel tempo, bensì organismo vivente che storicamente interagisce con il suo ambiente e con culture altre (1). Ancora: parlare di queste esperienze costituisce un sano antidoto a quella conoscenza raffazzonata della realtà dell’islam che, nostro malgrado, apprendiamo dalle versioni che ci offrono o i fondamentalisti di turno o gli intolleranti di casa nostra.

Come introduzione alla conoscenza di questo mondo presentiamo tre autori che in forme differenti e originali hanno provato a declinare anarchismo ed islam. Un islam che conosceremo sempre nella versione sufi, vale a dire attraverso la sua corrente mistica, spesso perseguitata dagli ambienti teologico-giuridici musulmani per il suo anelito ad una ricerca condotta in prima persona, sciolta da lacci e lacciuoli delle credenze dogmatiche.


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